“nun tengo nient’à verè
nun tengo nient’à ve dda
nun tengo strada a piglià
nun tengo cielo a guardà”
Ti puoi pure impiantare sul petto il braccio del tuo gemello omozigote,
ma la deformità non la scegli,
ti cade in testa come una tartaruga.
E te ne vai via senza congiunzioni,
perchè le domande sono sbagliate se lo spazio da cui provengono non contiene la risposta,
capo di bestiame umano,
cresciuto all’ombra di due ciminiere,
ciloni pieni a sonagli.
Alternativo,
a cosa,
mi parli di rispetto,
ma rispetto a cosa.
Senti senti,
storie di merda,
innocenti?
il reportage?
allo zoo senza Venere,
scrivono pure di furia e rin tin tin ’sti rincogliniti,
anarchici sedicenti che non sanno costruire alcunchè di funzionante e poliziotti pasciuti che non sanno trovarlo.
Ci giochi solo se hai denaro,
ti stringo la mano e ti saluto,
carne coi vermi sulle pareti e sperma nel posacenere,
produco piacere dentro la tua donna.
Nelle metropoli il concetto di Stato nazionale, data la realtà delle classi dominanti, la loro politica e la loro struttura, non è che finzione senza più maschere; sono cadute le frontiere linguistiche, da quando negli opulenti paesi dell’Europa occidentale esistono milioni di operai immigrati.
(Ulrike Meinhof, dichiarazione sulla liberazione di Andreas Baader al processo di Berlino, 13 Settembre 1974)
Sembra sia di moda nel “giornalismo” on-line scrivere in prima persona.
Bene, così di seguito proverò.
Ma come posso scrivere delle mie emozioni, se queste sono così lontane dalla realtà che vado riprendendo?
Cosa posso condividere io con queste persone, apparentemente contente dell’interessamento del mio obbiettivo?
Quale empatia ci può essere se mentre me ne stavo lì tra loro ad ascoltare con gli occhi, annusavo ancora l’odore di una donna bellissima tuttora impreganto nel mio cuscino?
Eh certo, i soldi sono i soldi.
I soldi.
I cazzi dei soldi.
Io so che se la società fosse stata presieduta dalle donne, forse, il capitalismo non si sarebbe affermato al punto di pervadere ogni ambito del vivente.
No, non lo so, ma mi scoppia il cuore di Amore.
Con la A grande, rossa e cerchiata.
Meglio guardare le immagini (qui ce ne sono altre), la cui officina al mondo è meno misera di quella della parola.
Testo e Foto di Davide Pambianchi.
Nota: le fotografie in Freakpress non hanno watermark, se provi a fottermi io non ti mando l’avvocato, ma, anche a distanza di anni, mi presento con un amico mio che si chiama Pattada.
Un ciclo di video realizzati tra il 2002 e il 2004 a Genova, da Francesca Capra, Romano Lodde e Davide Pambianchi, interpretati da Laura Calani e Luca Praussello, con le musiche di Federico Canibus, Tristan Martinelli, Luca Praussello e Tommaso Rolando.
Senza che alcuno chiedesse alcunchè a nessuno, parteciparono all’edizione 2004 del festival internazionale d’arte cinematografica di Venezia nella sezione Cinemavvenire.
una piccola orchestra, un comico, la vedette, le ballerine ci fanno viaggiare nel tempo del burlesque, tre secoli di storia, tre continenti, tre diversi modi e altrettante esponenziali trasformazioni e rivisitazioni….
La Claque Varieté
ideazione e regia: Elisa D’Andrea
testi: Alessandro Barbini
costumi: Neva Viale
immagini video: Guido Affini
assistente ai costumi, oggetti di scena: ErikaSambiase
arrangiamenti: Mirko “cane nero” Barbieri
e Federico Sirianni
consulenza artistica: Marina Petrillo
direzione tecnica: Massimo Calcagno
Burlesque’s Band:
pianoforte e chitarra: Federico Sirianni “The Cook”
tromba: Roberto Nappi Calcagno “The Hook”
contrabbasso: Paolo Marasso “The Look”
batteria: Federico Branca Bonelli “Il Ragazzetto”
Mi sono ispirata molto ad un’intervista di Aldo Trionfo, che diceva:
sono paillette non solo le paillette vere e proprie, sono paillette anche le vetrine delle nostre strade, che danno l’impressione di una società ricca; sono paillette le nostre autostrade che danno l’impressione di unire centri siderurgici incredibili e che invece uniscono un nulla a un altro nulla – e poi – non esistono materiali nobili e materiali non nobili, dipende dall’uso che ne fai.
Un certo tipo di spettacolo ha sempre suscitato il disprezzo da parte di certi intellettuali del teatro, fortunatamente, qua al Teatro della Tosse, sanno molto bene quali erano le paillette di cui parlava Trionfo e non si sono mai fatti problemi ad usare/osare materiali poco nobili.
Ringrazio Betty Page Boudoir per aver messo a disposizione di Neva Viale dei meravigliosi abiti d’epoca ed il Teatro della Tosse, Tween Door e Melanie Brun per aver sostenuto il progetto.
Questo video è stato realizzato il 27 10 2001 presso il centro sociale InMensa a Genova Bolzaneto da chi scrive, con il contributo di Davide Zanolo.
Giù dal palco gli Insult, gli Shock Treatment e gli Encore Fou, alla fine illeggibile Max Born che dice che in fisica si può parlare di realtà solo in quanto ci si riferisca a degli invarianti osservazionali.
Invarianti, per comprendere le trasformazioni.
Questo video è stato realizzato in vico Canneto il Lungo da chi scrive, con il contributo fondamentale di Davide Zanolo.
Le poesie sono state recitate da Federico Benvenuto, Roland Gögele e Sara Pedroletti.
Ultimo post affrettato e meditato, prima di partire per una settimana a San Pietroburgo.
Mentre dietro all’editor di testo c’è l’ispettore Callaghan che spara su Rai 4, ecco come Carlo Freccero spiega il détournement nell’introduzione alla società dello spettacolo (Debord, Parigi, 1967), dell’edizione pubblicata da Baldini&Castoldi nel 1997:
Una parola che significa dirottamento, deviazione, una sorta di straniamento dal testo originale.
- Il détournement è il contrario della citazione, dell’autorità teorica sempre falsificata per il solo fatto di essere divenuta citazione: frammento strappato dal suo contesto, dal suo movimento e in definitiva dalla sua epoca.-
Il détournement è un’appropriazione indebita.
…
- Le idee migliorano. Il senso delle parole vi partecipa. Il plagio è necessario. Il progresso lo implica. … -
Il dètorunement della categoria del plagio, di cui l’immagine qui sopra è un primo esempio, si può definire come un’attribuzione indebita, mediata dall’empatia: amare un autore, interiorizzarne l’opera, produrre un lavoro e firmarglielo senza chiedere nulla.
“Rayografia di una lettera anomina – Man Ray – Parigi 1923 ” è una foto contemporanea di cronaca ripresa con l’iPhone, ottenuta da Emmanuel Radnitzky appoggiando la propria idea su un foglio di carta fotosensibile senza l’uso di lenti.
Il dètorunement del plagio non copia e tantomeno falsifica, riporta al presente gli aspetti migliori del passato.
Ognuno degli aspetti sintetizzati in questo grafico grezzo andrebbe trattato puntualmente.
Nella teoria questi blocchi rappresentano l’ossatura di tutto un discorso che deve ancora essere scritto e nella pratica un flusso di azioni ripetitive teso alla fotografia.
L’unico termine elettronico della “revisione sul monitorino”, se eliminato, svincola il grafico dal caso particolare della fotografia digitale.
Al centro, i due blocchi del focheggiare e dell’esporre sono appaiati perchè le due azioni, almeno al momento dello scatto che le fissa, sono contemporanee.